Il Muro. Un racconto.

Da un "vecchio" amico del Perchè No? (in trasferta permanente in Brasile) abbiamo ricevuto questo racconto che ha a che fare con la nostra musica preferita. Noi lo pubblichiamo. Voi lo leggete. Nuovo sito del PN? nuove possibilità.

IL MURO

A tutti noi è capitato di nascere, prima o poi. E non mi riferisco a quando abbiamo dato il primo gridolino, ancora tutti impiastricciati di mamma, no, mi riferisco a quando siamo venuti al mondo davvero. Per qualcuno c’è stata anche più di una nascita, per la verità. Ma, a ben vedere, a vedere fino in fondo, dentro ma dentro di se, si è nati una volta sola, e uno non se lo scorda mai. A me è capitato nel 1979, quasi tredici anni dopo il gridolino. Il mese non me lo ricordo ma considerato che uno che è appena venuto al mondo è ancora piccolo, è comprensibile.

Dunque facevo la terza media, e doveva essere autunno perché andavo ancora a scuola in bicicletta. Avevo una bicicletta gialla ed enorme, per me che ero proprio minuscolo, di quelle che quando pedalavo non potevo stare seduto sulla sella, sennò il pedale si metteva fra la strada e il mio piede, irraggiungibili tutti e due, ed ero perduto. Ricordo che era pesante, molto pesante, e quando la stendevo sul prato poi il mio amico Luca, più o meno quattro volte me, che aveva già la barba, doveva tirarmela su. Io non avevo il cavalletto, ma avevo Luca e anche il prato sotto casa. E ricordo che era anche un po’ da femmina, ma era sempre meglio un po’ di vergogna che andare a piedi. Di solito me ne andavo ‘tirando’ la bici in discesa, nella strada che portava alla scuola e che, come in ogni paese che si rispetti, passava di fianco alla chiesa, che stava a destra, e costeggiava il torrente, che scorreva, non troppo tumultuoso, a sinistra. La chiesa, lo Strona (il torrente), la strada che porta alla scuola. E’ ancora così, per davvero, la scuola media del mio paese.
Allora quella mattina me ne andavo così, ed ero un po’ preoccupato perchè non vedevo Rosa davanti a me con i suoi capelli lunghissimi e la cartella in spalla. Quando la vedevo, di solito, la spaventavo giungendole alle spalle e frenando di colpo, e per garantire l’effetto sorpresa ero giunto a commettere il crimine di togliere le cartoline piegate che si fissavano con le mollette sui raggi della bici, per fare quel rumore, quando si pedalava forte, quel velocissimo tac tac tac tac tac tac  che allora era il massimo, il precursore, il succedaneo di quanto sarebbe accaduto di li a poco, superata la soglia degli agognati 14 anni: il motorino smarmittato, la fonte di rumore per eccellenza. Comunque, Rosa aveva un anno meno di me e faceva la seconda media, però aveva già le tette, e che tette, e ogni tanto andavamo in giro per mano. Io e Rosa.
Ma Rosa quella mattina non c’era, ed ero ormai arrivato a scuola. Parcheggiai la bici e guardai il cielo. O meglio, guardai la finestra della classe di Rosa, che più o meno era in cielo. Si era alzato un po’ di vento, freddino, e l’acqua del torrente tormentava i rami più bassi degli alberi, e si muoveva come a folate, come se una mano immensa, aperta, la sfiorasse tutta, appena appena, come una enorme carezza che si lascia dietro pieghe lunghissime e sottili, una dopo l’altra, simmetriche e uguali, anche nel loro destino. Mi scrollai di dosso un brivido e abbassai lo sguardo, distolto improvvisamente dai miei pensieri dal freddo e, peggio, dall’incombere della ‘prima ora’. Poi fisso il lucchetto alla bici e tiro su con il naso; mi guardo intorno e mi ricordo dove sono, perché vedo Stefano. Il mio amico Stefano, uno proprio bravo, uno che studiava e da cui mi piaceva andare a fare i compiti perché me li faceva lui, e perché abitava in un casello ferroviario, e la sua mamma alzava e abbassava le aste del passaggio a livello a mano, quando dovevano passare i treni, e io speravo sempre che qualche volta lo facesse fare a me. Ma non me lo fece fare mai.
Ci guardiamo con l’entusiasmo di due che stanno per entrare a scuola (Stefano era bravo, ma non scemo al punto di essere contento di andare a scuola, aveva già il senso del dovere, ecco, e sognava di fare il macchinista di treni, e invece fa il professore), e ce ne restiamo in silenzio per qualche istante, aspettando chi parli per primo. Io vorrei dire ciao e invece me ne esco con un improbabile “Ce l’hai ancora il libro delle barzellette sporche?”. Beh, lui avrebbe potuto rispondere qualunque cosa, o non dire nulla, e invece se ne uscì con quella cosa che mi avrebbe cambiato la vita…
Ora, il momento in cui uno nasce è importante, e bisogna dire che è curioso nascere davanti a scuola e alla bicicletta gialla, e poi uno si ricorda anche che faceva freddino, di mattino presto, e soprattutto uno non se lo aspetta, proprio lì, in quel momento, sotto la finestra della classe di Rosa…
Ah! Rosa era già in classe perché quella mattina aveva un po’ di raffreddore, l’aveva accompagnata la mamma in macchina.
Allora Stefano mi guarda e dice:
-    “E’ uscito l’ultimo disco dei Pink Floyd.”.
-    “E chi sono, i Pink Floyd?” - faccio io
E Stefano, il mio grande amico, mi dice:
-    “Ma come chi sono, sono i Pink Floyd, il disco si chiama “The Wall”, però è un doppio”
Ora, dal momento che è solo retrospettivamente che uno capisce quando è venuto al mondo, e che dunque ancora non mi era molto chiaro cosa stesse accadendo, ripetei l’oscenità:
-    “Si ma chi sono ‘sti’ Pink Floyd?”
E Stefano, il mio grande amico Stefano, il mio compagno di banco, la mia levatrice, invece di guardarmi come si guarda una merda appena pestata, esattamente come avrei meritato, mi dice, con il tono che si userebbe con un fratello minore:
-    “Ma non conosci i Pink Floyd? Devi assolutamente sentirli, comunque è uscito The Wall, però e un doppio”.
Dunque, il fatto che Stefano avesse ripetuto, sconsolato, l’ultima parte della frase, “però è un doppio”, merita una spiegazione. Bisogna dire che l’acquisto di un disco per un quasi tredicenne del 1979 del mio paese era impresa ardua, economicamente parlando, e se il disco in questione era doppio l’impresa diventava impossibile. Nemmeno si osava pensarla, un’enormità così. “Però è un doppio” significava dunque, in realtà: “porca vacca (Stefano non sarebbe mai andato oltre a ‘vacca’) è un doppio, e chi se lo compra?”. Significava, insomma, la resa incondizionata.
Epperò, avevamo naturalmente le nostre risorse. Una era di farsi registrare la cassetta, e qui bisognava prima superare l’ostacolo di trovare chi avesse i dischi, e anche vedere quanti soldi volesse. L’altra era di telefonare ad una radio locale e chiedere una… dedica.
Ora, quella della dedica era una prassi piuttosto diffusa, all’epoca, e si faceva così: si telefonava alla radio, e alla ragazza che rispondeva si richiedeva un pezzo, specificando a chi era dedicato e quali parole usare, per esempio: “sono x e vorrei dedicare a y “Tu dabadan dabadan” di Umberto Tozzi con tanti auguri per i suoi 15 anni e con tanto amore da x medesimo”. Una versione più raffinata, e audace,  perché i ‘D.J.’ erano una sorta di divinità che non si osava disturbare, includeva l’invito al D.J. stesso di lasciarla suonare tutta e di non parlarci sopra perché si voleva registrare il pezzo.
Una tecnica, la dedica, che avevo usato anche io con Rosa, almeno fino a quando il mio arcinemico Fabio, che era pazzo di invidia e di ormoni perché era già sviluppato, non aveva dedicato a Rosa, naturalmente a nome mio, “Tu mi fai schifo sempre” dei Pandemonium. Ci misi due mesi a farle capire che non ero stato io, e mi costò una decina di ‘Piccolo grande amore’. Naturalmente, in dedica.
E allora io e Stefano, che avevamo urgenza di sentire qualcosa di “The Wall” (più lui che io, per la verità), optammo innanzi tutto per la dedica.
Lasciammo scorrere le ore di scuola nel massimo disinteresse, io, e nella massima diligenza, lui. Durante l’intervallo litigai un po’ con Rosa, il che mi mise in una disposizione d’animo più adatta alla mia venuta al mondo, anche se ancora non lo sapevo. E finalmente si fece pomeriggio.
L’appuntamento era a casa di Stefano, perché per fare una dedica ci voleva il telefono, e lui l’aveva (e noi no, e si usava il gettone nella cabina telefonica, ma poi si doveva correre a casa e spesso la canzone era già passata, o, peggio ancora, a metà, il che aumentava l’incazzatura), e mi pare che fossero le cinque, l’ora delle dediche. Ecco, sono nato verso le cinque.
Dunque, naturalmente Stefano non aveva ancora visto il disco, non aveva alcuna idea di come fosse fatto, dei titoli dei pezzi, ma era intelligente e dedusse che essendo il titolo del disco “The Wall” dovesse esserci una canzone che si chiamava così. Decidemmo di chiamare Radio Sole. Fece il numero.
-    “Pronto? Radio sole? Ciao sono Stefano e vorrei dedicare The Wall dei Pink Floyd al mio amico Valerio con tanto… con tanta… amicizia”
-    “Si, qui è Radio Sole, si un attimo che chiedo…. Mi dispiace ma non abbiamo de uoll dei pin floi… vuoi dedicare un’altra canzone?.... pronto?... Pronto?... ci sei ancora?”

Riproviamo con radio K100

-    “Pronto? Radio K100? Ciao sono Stefano, ce l’avete The Wall dei Pink Floyd? Vorrei dedicare The Wall al mio amico Valerio”
-    “Tutto l’album!?”
-    “No, solo una canzone, The… The… Wall, è una canzone, no?”

Ce l’hanno.

Incollati alla radio, ci mettiamo in attesa. Noi, silenzio. Alla radio passano Marcella bella ed Enrico Musiani, passano i Pooh, Le Sorelle Bandiera, poi, forse, la luna di Gianni Togni (no, quella sarebbe uscita l’anno dopo), poi… qualcosa di basso, profondo, dentro lo stomaco, come un urlo o un’onda, ma dentro, non fuori, fra la pancia e il cervello, o in tutti e due… Poi come un elicottero… poi…
Alla fine del pezzo guardavo Stefano come si guarda una bionda che ti abbia appena fatto la respirazione bocca a bocca. E lui se ne uscì con l’unica frase idiota che gli abbia mai sentito dire:
-    “Allora, ti sono piaciuti?”
Non è che mi fossero o non fossero piaciuti. Io non ero più me stesso. Sentivo che qualcosa era cambiato per sempre nella mia vita. Chiamai a mia volta la radio.
-    “Pronto, K100? Ciao sono Valerio, senti vorrei ricambiare la dedica a Stefano, con tanta amicizia, mi mettiperfavoreunaltracanzonequalsiasidiTheWalldeiPinkFloyd?”
Il sant’uomo, l’eroico rockettaro alla consolle, l’uomo che toccava ogni giorno più dischi di quanti noi ne avremmo toccati in tutta la vita, ci dice, alla radio, “Di solito non si fa però facciamo un’eccezione per questi fans dei Pink Floyd (mio dio sono un fan dei Pink Floyd, ecco cosa sono, sono un fan dei Pink Floyd -  penso io) e che mi mette?

Comfortably numb. Dico, ha messo Comfortably numb. Ha messo il secondo disco e ci ha fatto sentire Comfortably numb

Mi sentivo travolto, stravolto. Salutai Stefano e uscii. Camminavo, la sera si era rinfrescata e stava facendo buio. Gli alberi erano silenziosi e quasi non sentii il treno passare, ma vidi le foglie come impazzite e poi ferme, passato l’ultimo vagone. Loro, le foglie, ci avevano messo un attimo a tornare immobili, a superare la tempesta di ferro e scintille - pensai. E io? Sarei tornato anche io, come le foglie, alla mia quiete? Andavo verso casa, guardai l’orologio. Le sei e dieci. Che senso avrebbe avuto tutto, ma proprio tutto, ora?
Più o meno una settimana prima Rosa mi aveva dato il primo bacio, e dal momento che era il mio primo in assoluto mi ero fatto spiegare dai ‘bocciati’ come si facesse. Loro, i bocciati, erano due fratelli gemelli di sedici anni (risorsa inesauribile di ogni cosa illecita, e ai miei occhi apparivano come dioscuri, padroni del mio destino e della mia vita), mi avevano spiegato tutto per benino, ed io ero pronto ad un’esperienza sconvolgente. Ma quando le nostre lingue si sfiorarono a me aveva fatto persino un po’ schifo, insomma lei aveva le tette ma io neanche un ormone, ancora, da nessuna parte. Non era paragonabile a quello che avevo sentito OGGI (fortunatamente in seguito ho trovato un certo equilibrio in materia).  
Camminavo così stordito ma mi venne un’idea. Il mio amico Stefano. Ma non lo Stefano di prima, un altro Stefano (insomma Stefano è un nome comune, ma io voglio raccontarvi tutta la verità, in questa storia ci sono due Stefano, per davvero).
Ora, questo secondo Stefano era uno che aveva già cinque anni più di me, e io lo conoscevo perché i nostri papà si frequentavano. Per me era un onore avere un amico che aveva diciassette anni e più o meno nove dodicesimi, e lui, magnanimo, quando ci si vedeva mi sopportava. Dunque questo Stefano aveva, ai miei occhi, almeno tre enormi qualità; primo, aveva una camera tutta sua perché era figlio unico (e io una camera da dividere con tre fratelli minori). Secondo, abitava sopra il negozio di dischi (per davvero) e per la proprietà transitiva uno che abita sopra un negozio di dischi capisce di dischi (io invece non ne avevo nemmeno uno, e neanche lo stereo, solo un mangiacassette che però, fedele al suo nome, le cassette le mangiava e non le suonava). Terzo, lavorava già da tre anni. Mio dio, lavorava!
Allora, suonai al citofono:
-    “Buonasera, sono Valerio, c’è Stefano?”
-    “Sono io, Sali”
E qui, ci si mette anche il destino: Stefano era a casa da solo. Impegnato a trafficare con un modellino funzionante di teleferica auto-costruita che usava per trasportare biscotti (uno per volta)  dal “letto-in-alto” (ancora non si chiamava soppalco, era il letto-in-alto) al basso, rovesciarli nella tazza del latte sul pavimento e poi ritirare il carrellino con un cordino. Insomma, come collocare a distanza i biscotti nel latte. Beh, Stefano non aveva ancora compiuto diciotto anni. Ed erano altri tempi.
-    “Ma tu li conosci i Pink Floyd?” – chiedo senza salutarlo.
Lui (che i Pink Floyd li avrebbe conosciuti davvero due anni dopo, a Parigi, e avrebbe stretto la mano di Gilmour e Waters, e ci avrebbe anche parlato, ma senza capirci nulla), che era malizioso e che non era buono come l’altro Stefano, o forse era solo più grande,  mi guarda, lui si, come si guarda una merda appena pestata:
-    “Se li conosco? Ma vuoi scherzare”?
E mi mostra le divinità: “Meddle”, “Ummagumma” e “The Dark Side of the Moon”
- “Aspetta, facciamo una cosa”- aggiunge
E che fa? Mette fuori dalla camera la scrivania e le sedie, spegne le luci, ci sdraiamo per terra, e mette sul piatto “The Dark Side of The Moon”.
Alla fine, piango. Ed è il primo pianto adulto della mia vita.
E di nuovo mi chiedo cosa ci possa essere ‘dopo’ questo, mi chiedo cosa possa essere ancora la musica dopo “The Dark Side” (e quando sentii, in seguito, “Wish You Were Here” mi parve impossibile che genio umano avesse concepito due dischi così uno dopo l’altro. E, ancora, molti anni dopo, nel 2006, leggerò di  Roger Waters raccontare di aver portato a casa la registrazione di “The Dark Side” appena finito, e di averlo fatto ascoltare a sua moglie. Alla fine, racconta Waters, lei pianse. E Waters aggiunge ancora: “ecco se devo trovare un aggettivo per il disco direi che è un disco commovente”.)
-    “Ma non hai visto che è uscito il nuovo disco? Non l’hai visto qui sotto, in negozio? Aspetta, scendiamo.” – Stefano mi riporta, si fa per dire, alla realtà.
Non  l’ho visto. Ho suonato il citofono di fianco al negozio e alla vetrina ma non ho guardato. Bestia che sono! Scendiamo e il negozio ormai è chiuso, ma The Wall è in vetrina, una copia chiusa, una aperta, altre copie. Vorrei toccarlo, ma non posso, lo guardo attraverso il vetro, lo desidero, ma non posso. E’ un doppio, cazzo!
Allora guardai Stefano, e d’un tratto mi sentii tranquillo. Ero appena nato. Cominciavo a respirare.
L’anno successivo ero in prima superiore e la mamma ci regalò lo stereo (mio dio, lo stereo!). Qui devo ammettere che ebbi una caduta di stile. Insomma, avevo uno stereo, ma non avevo ancora nessun disco. Avevo una paghetta, ma certo non era abbastanza per un doppio. Ora, va detto che avevo appena visto “Il tempo delle mele” (insomma, avevo 14 anni) e che in maniera non troppo originale ero perdutamente innamorato di Sophie Marceau, che aveva la mia stessa età e che rappresentava il massimo del turbamento (erano anche i tempi di “Laguna Blu” e dell’altra mia quasi coetanea, Brooke Shields, che aveva solo un anno in più, insomma, capitemi) e allora, in piena tempesta ormonale (mi vergogno come un assassino che abbia una coscienza), al negozio di dischi il primo disco che ho comperato è stato il 45 giri della colonna sonora del film, che si chiamava “Reality”, cantata da un oscuro Richard Sanderman, mi pare. Vergogna. Ma il mese dopo ebbi ancora i soldi per un disco. “The Wall”, però, era doppio. Porca vacca. Comprai “The dark side of the Moon”. Almeno mi stavo riprendendo. Stefano (quello più grande) nel frattempo The Wall se l’era comprato (già, lavorava, lui) e mi aveva fatto le cassette. Dopo un po’ avevo tutta la musica dei Pink Floyd, un pò in vinile e un pò in cassetta, ma tutta la musica dei Pink Floyd.
E poi vennero i Doors, i Deep Purple, gli Ac/Dc, Jimi Hendrix (che un altro amico più grande di me vide dal vivo all’isola di Wight. Io quando vedo il mio amico lo tocco come se fosse lui una reliquia), Janis Joplin, mi appassionai quasi subito al punk, e poi venne The final Cut, e poi più avanti il blues, e Tom Waits, ma come dire di tutti? Venne infinita altra musica. Infinita, immortale altra buona musica rock. 

Sono passati 30 anni, e The Wall, infine, non l’ho mai comperato. Però quando mi sono sposato sul Taxi che mi portava alla cerimonia la radio trasmetteva, del tutto casualmente (o forse no, chissà?) “Another brick in the wall, part. 1”.

Adesso so come si intitola.

1979-2009: buon compleanno “The Wall”!! Trent’anni portati meravigliosamente

Infinito, immortale Rock’n Roll!!!

 

by Valerio